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"La difficoltà non sta nelle idee nuove, ma nell'emancipazione da quelle vecchie" John Maynard Keynes

LE FONDAMENTA DELL’EUROPA DEI POPOLI

 

Europa Risiko-01

Dolo, 5 maggio 2014

 

Le campagne elettorali per le prossime elezioni europee sono incentrate, tutte, sul destino dell’euro. Ma il problema Europa è prima politico e, poi, economico. Le case si costruiscono partendo dalle fondamenta e non dal tetto. Negli obbiettivi di Maastricht, la moneta unica rappresentava il culmine dell’unificazione dei popoli. Ripartiamo dalle radici culturali comuni e dalle fondamenta delle Costituzioni, per proporre una ricostruzione democratica dell’Europa e, insieme, la ricostruzione morale dell’Italia.

Mario Donnini

Parliamo di Europa e, prima di tutto: Cos’è l’Europa? Anzi, cosa è l’Unione Europea? Se diciamo che è un’organizzazione di carattere sovranazionale e intergovernativo e che comprende 28 Paesi membri indipendenti e democratici del continente europeo, abbiamo dato una definizione fattuale, ma non abbiamo detto niente. E’ necessario, preventivamente, sottoporre ad analisi questa definizione, perché l’Unione Europea non è una semplice organizzazione intergovernativa come le Nazioni Unite e neppure una federazione come gli Stati Uniti d’America. E’ un organismo sui generis, un’anomalia a cui gli Stati membri delegano una parte o, praticamente, tutta la propria sovranità, nei campi stabiliti nei Trattati sottoscritti dai loro governi. Avremo modo, in altra occasione, di vedere con quale legittimità è stata e viene ceduta questa sovranità dai governi e non dai popoli, anzi, consentitemi di dire, nell’ignoranza dei popoli sovrani.

Soprattutto e al di là delle apparenze, l’Unione è divenuta un’anomalia perché è una creatura della finanza e non della politica. Essa è fedele alle regole (per favore, non chiamiamole leggi) del profitto della finanza mondiale e non a quelle dell’economia, quella vera e nemmeno a quelle della politica. La politica intesa nel senso aristotelico. Gioverà, infatti, ricordare che più di duemila anni ci separano da questo grande filosofo, ma che, di fronte al degrado morale della politica dei nostri giorni, il suo pensiero suona oggi come un monito.

La Politica, per Aristotele, è l’unica che permetta agli uomini di realizzare le proprie potenzialità più tipicamente umane e, pertanto, di essere felici. È per questo che egli poteva affermare che ‘l’uomo è per natura un essere politico, con la conseguenza che chi non vive nella comunità politica, per sua natura e non per caso, è evidentemente o inferiore o superiore all’uomo, è un dio o una bestia feroce (Politica I 2, 1253a). Aristotele ci insegna che l’attività politica è diversa da quella del re o dell’amministratore perché le sfere d’azione di questi ultimi non sono caratterizzate da quella libertà e da quell’uguaglianza che sono il presupposto dell’agire degli esseri umani in politica. Rapportata ai nostri occhi questa non è storia della filosofia, ma neppure è fantascienza. E’, più semplicemente una radice della nostra cultura di popoli liberi.

Completiamo la nostra analisi dell’Unione Europea e diciamo: Essa è essenzialmente una zona di libero mercato, detto Mercato Unico, creata subdolamente, seguendo un’intuizione geniale e malvagia a un tempo.

Mettiamo da parte i Principi fondativi della nostra Costituzione: Libertà, Eguaglianza, Dignità, Solidarietà e prendiamo quattro libertà a fondamento: libertà di circolazione di: beni, servizi, persone e capitali; eliminiamo ogni norma nazionale che ostacola la realizzazione di uno spazio continentale unico in cui viga il rispetto di queste quattro libertà; apriamo alla finanza e al commercio mondiali i confini di questo stato continente ed ecco l’Unione Europea. In alcuni ambiti, il mercato unico è davvero realizzato, in altri meno.

Se guardiamo al sociale, così come lo ammette e, vorrei dire, come lo tollera il Libero mercato, con il welfare condizionato dalle esigenze di mantenere la competitività dell’Unione sui mercati mondiali (TFEU, Titolo X), con i lavoratori spostati come birilli da una regione all’altra, da uno stato all’altro, secondo le esigenze del profitto e della competitività, siamo lontani anni luce dal pensiero aristotelico e dal rispetto per la personalità umana, per la famiglia, sacramentati nella Costituzione della Repubblica.

Dobbiamo chiederci: Come è possibile “assicurare a se e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (Art. 36 Cost.), sradicandola dal suo tessuto sociale, per rincorrere le esigenze del mercato? Come consentire alla donna lavoratrice “l’adempimento della sua essenziale funzione familiare” e “come assicurare alla madre lavoratrice e al bambino una speciale adeguata protezione” (Art. 37 Cost.)? Dov’è finita la funzione sociale, alla base della garanzia apprestata dalla Costituzione alla proprietà privata (Art. 42 Cost.)?

L’Art. 41 Cost. recita ancora:

L’iniziativa economica privata è libera.

Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.”

E’ questo il progresso che ci offre l’Europa dell’Euro? la dittatura dell’Unione Europea? Sì, la dittatura, perché dove non c’è democrazia, c’è dittatura e tutti Voi ben sapete che il potere legislativo dei popoli europei è in mano alla Commissione Europea, una istituzione di stampo dittatoriale perché i suoi membri sono nominati dai mercanti del denaro e non sono eletti democraticamente da Voi.

Solo una nota: Non sono eletti democraticamente neppure i pifferai che presiedono gli ultimi tre governi della Repubblica Italiana.

Ma, soprattutto, la domanda che ci poniamo è: A chi conviene tutto questo? Conviene a noi, ai popoli europei? Come si pone nei confronti della nostra Costituzione e, più ancora, come si pone rispetto alle radici dei popoli europei, alle vostre, alle nostre radici? ma, poi, quali sono le radici dell’Europa?

Voglio tentare insieme a Voi, in un abbraccio ideale di intenti, di rintracciare queste radici comuni, gli elementi su cui si basa l’omogeneità dei popoli europei. E’ importante questa opera a un mese dalle elezioni per il Parlamento europeo, perché siamo dominati dallo sfavore sempre più diffuso per la moneta unica e dalla sfiducia per la casa comune dei popoli europei; sfavore e sfiducia incentivati dalla crisi economica e dal deficit sociale e democratico della Unione Europea, che ci pongono di fronte al problema del futuro dell’Unione e della necessità – comunque – di una sua rifondazione e del suo rilancio.

L’avere preso a fondamento le libertà di circolazione di beni, servizi, persone e capitali; l’avere anteposto l’unione monetaria all’unione politica, esprime bene la debolezza culturale e, appunto, politica dei popoli europei.

Il dibattito, però, non può esaurirsi semplicemente nella scelta fra restare o uscire dalla moneta unica o nella affermazione di una concreta democraticità delle istituzioni europee oppure, ancora, nella ricerca della ripartizione ottimale delle competenze fra la Commissione, il Parlamento e il Consiglio. E, neppure, la resurrezione politica potrà essere soddisfatta con l’attribuzione di un mandato elettorale ad un movimento o ad un partito, sottoscrivendolo, appunto, con il voto. Fatti e non parole! E’ necessario essere cittadini consapevoli. Per farlo, dobbiamo prima porci una riflessione sull´identità profonda dell´Europa, sulla sua etica o – per tornare ad Aristotele – sul suo fondamento morale e sul suo scopo. Infine, ma non ultimo, sulle sue radici cristiane. 


Il dibattito è ampio e complesso. Ma voglio trarre uno spunto importante per tale riflessione dalla figura del grande statista italiano Alcide De Gasperi, uno dei padri fondatori dell´Europa, insieme a Robert Schuman e a Konrad Adenauer (tutti e tre ferventi cattolici, tanto che dei primi due si è aperta la causa di beatificazione).

Lo statista trentino, già parlamentare dell’Impero Austro-Ungarico, fu convinto europeista e quale leader democratico-cristiano, tra il 1947 e il 1953, fu protagonista della ricostruzione politica, economica e militare dell´Italia dopo la seconda guerra mondiale. L’europeismo di De Gasperi nasceva dalla consapevolezza che solo un’Europa unita avrebbe potuto assicurare al Continente un futuro di pace e che proprio questa sarebbe stata la via che avrebbe condotto l´Italia a superare la sua crisi anche morale. Fu fautore dell´adesione al Patto Atlantico e promosse la formazione del Piano Schuman che avrebbe condotto nel 1951 alla formazione della CECA. Consapevole della necessità per l´Europa di acquisire maggiore peso politico nei confronti degli Stati Uniti, si adoperò per la creazione della Comunità Europea di Difesa (CED), tentativo fallito dopo la bocciatura dell´Assemblèe Nationale nel 1954. 

Nelle sue idee c’era la cultura del cattolicesimo democratico e liberale. Era una visione della politica profondamente ispirata ai valori cristiani, ma in cui si esprimeva il principio della laicità dello stato come valore irrinunciabile. 


Sono trascorsi sessant’anni e ci domandiamo se sia possibile cogliere i connotati culturali di questa entità geografico-politica e, quindi, se possiamo ancora parlare di radici cristiane per i popoli europei.

Per fare questo, dobbiamo spogliarci delle etichettature e andare oltre le ragioni e le imposizioni economiche, che nascondono l’ipocrisia e la natura equivoca dell’Unione Europea, erettasi a paladino di una pretestuosa omogeneità significata strumentalmente da una moneta, come dire, dal nulla.

E, invece, gli elementi su cui si basa l’omogeneità dei popoli europei si ritrovano qua e la, ma nel medioevo. Questi tratti comuni, infatti, si ritrovano nella storia passata, ma non sono stati coltivati e sono poco presenti nell’Europa di oggi, al punto che per giustificare l’Unione e tradurre in immagine questa dichiarata omogeneità culturale ci si può solo rifare alle radici cristiane, oppure, mistificando, si deve ricorrere alla moneta unica. Entrambi questi elementi, a prescindere dal loro valore, sono oggi in grave crisi. Essi non si pongono più nello stesso modo nei confronti dei popoli europei. Il primo, figlio della rivoluzione cristiana, soffre dell’aver dedicato troppo campo alle ragioni della gestione amministrativa della Chiesa, appendendo al muro, in cornice, il messaggio della cristianità. Il secondo, figlio di un disegno delirante di potere, sembra essere giunto alla resa dei conti.

La domanda è: Su quale cultura comune possiamo fondare una politica comune ai popoli dello Stato-continente e verso quale futuro potremmo indirizzarla? Volevamo una Europa senza più confini fra i suoi Stati e abbiamo un intero continente senza confini, nel quale, in nome del libero mercato, le multinazionali, la mala vita e la finanza mondiale, per non dire i mercanti del denaro, fanno la parte del più forte; nel quale le piccole e medie imprese non possono stare al sistema e vengono, però, asfissiate, sommerse e abbandonate a se stesse; nel quale i cittadini lavoratori sono tutti emigranti senza patria, in viaggio dove il mercato li chiama e nel quale lo Stato sociale è un peso insostenibile, perché sottrae risorse al profitto.

Nel “profitto per il profitto” sta tutta la ragione di essere del mercatismo che ha deviato le istituzioni europee e, attraverso di esse ha invaso le nostre istituzioni, come un’ameba che si nasconde dotto le false spoglie di un ideale di democrazia e di una promessa di benessere.

Come è potuto accadere tutto ciò? Rispondo: Con la mia e con la vostra acquiescenza perché eravamo educati a lottare per la democrazia e non contro le nostre stesse istituzioni. Ma questa guerra non è perduta fino a quando potremo usare l’arma del voto; ma un voto di cittadini consapevoli. Capite, allora, che la vera crisi è dentro di noi.

La ragione di questa crisi è culturale politica e, soltanto dopo, è economica. Sbagliano o sono in mala fede coloro che vogliono attribuirla primieramente all’economia o, peggio ancora, alla moneta unica. La moneta unica è soltanto uno strumento in mano a un mercatismo assassino: l’assassino dei valori dei popoli europei, sia pure intesi nel complesso ambito che li distingue e, ancora, il nemico della natura spirituale dell’uomo. Per riprenderci la nostra democrazia, dobbiamo cambiare l’anima di questo assassino. Ritornare allo Stato Sociale, adeguandolo e completandolo; oppure,dobbiamo disarmare l’assassino uscendo dall’euro.

Siamo tutti europeisti nel cuore, ma dovremo poter convincere i nostri partners europei a cambiare l’anima dell’Unione Europea, a riprendersi la loro dignità di cittadini, a rinegoziarne i Trattati e a scrivere, finalmente, una Costituzione democratica dei popoli europei per un futuro in cui i cittadini siano sovrani; in cui le logiche del mercatismo cedano alle finalità sociali; la solidarietà, il rispetto, la crescita sociale prevalgano sulla prepotenza cieca del denaro e dove la casa comune non sia governata dall’ipocrisia di una burocrazia totalitaria, distruttiva e umiliante.

Per raggiungere questo scopo, dovremo affrontare una dura battaglia nel mondo della globalizzazione; dovremo combattere e saper mediare senza subire; dovremo proteggere la base produttiva dell’economia europea; ma, prima di tutto, tocca a Noi. Dobbiamo essere cittadini consapevoli, paladini dei nostri diritti e delle nostre radici.

Il compito è oltre i limiti dell’impossibile. Per questo dovremo votare persone adeguate, capaci moralmente e preparate, pregando i “bravi ragazzi” senza arte ne parte, candidatisi, di fare un passo indietro. L’alternativa – ripeto – è l’uscita dalla moneta unica. Solo così potremo ribaltare i termini di questa guerra. Useremo, allora, contro il mercatismo assassino la sua stessa arma, la moneta fatta debito: l’euro.

Ho parlato di mercatismo: una parola nuova quanto rozza, usata per definire un concetto altrettanto rozzo, quello che vede padrone incontrastato della società il mercato inteso come libero commercio, parente del consumismo fine a se stesso; nel quale l’individuo consuma in quanto esiste, ma al tempo stesso la sua esistenza è definita esclusivamente dal fatto che consuma; che è prima di tutto un consumatore, non un cittadino pensante, centro di diritti.

Siamo passati da un’analisi ad una preghiera, tale e drammatica è la nostra situazione. Per uscire dalla incertezza cui portano queste nostre considerazioni, dobbiamo fare chiarezza e capire quali radici culturali comuni legano la nostra democrazia a quelle dei paesi europei.

Mentre tracciavo questi pensieri – era il giorno di Pasquetta – guardavo il sagrato del duomo: … vuoto. Cento metri più in là, il parcheggio di un centro commerciale era al completo. Pullulava di gente. Ecco! potremmo dire che l’elemento caratterizzante dell’Unione Europea è la sua non-cultura. Vi froda chi sostiene esservi una cultura dell’Unione Europea.

Stiamo vivendo una crisi culturale politica perché, la politica dell’Europa, soprattutto a partire dall’inizio di questo secolo, si è allontanata dai principi fondamentali dello Stato Sociale e dal suo modello per votarsi al Libero Mercato. E’ la rivincita del Capitale sul Lavoro: quel Lavoro eretto a principio lavoristico nella nostra Costituzione; e mi piace ricordare che il propugnatore dell’affermazione costituzionale di questo principio fu un altro grande statista: Aldo Moro.

Questo è il Principio che da una precisa identità alla Repubblica Italiana e la caratterizza; perché la nostra Costituzione viene dalla guerra. Non dalla Guerra Mondiale, ma da quella guerra più lontana, combattuta fra il Capitale e il Lavoro, che trasse dalla Rivoluzione Industriale e che sfociò nella Rivoluzione Francese. I rivoluzionari francesi che inneggiavano a “Libertà” e “Eguaglianza”, volevano significare anche l’eguaglianza della Proprietà, del Capitale con il Lavoro; che, in parole povere, vuol dire: “Senza il Lavoro, il Capitale non produce niente, senza il Capitale non c’è il Lavoro”.

Ma se vogliamo ritrovare la radice comune dei popoli europei, dobbiamo riandare ad una rivoluzione più grande della Rivoluzione Industriale e della Rivoluzione Francese.

L’Europa per gli antichi greci e per i romani era una mera espressione geografica e per ricercarne le radici, dobbiamo risalire al medio-evo. Abbiamo citato Aristotele e lo richiamiamo ancora perché, a partire almeno dal XII sec., quando prese voga lo studio della natura, i filosofi teologico-naturali che dissertavano sul funzionamento del mondo, ebbero modo di conoscere e di condividere il pensiero aristotelico, per tramite delle traduzioni dall’arabo della sua “Filosofia Naturale”. La rivoluzione scientifica Galileiana del XVII sec. prende le mosse da quei filosofi, da quegli studi e dalle università medioevali. L’impulso dato dalla Chiesa Cattolica a quegli studi e a quelle università fu determinante per la nascita della scienza moderna in Occidente, piuttosto che nel mondo islamico, molto più avanti negli studi scientifici. Questo atteggiamento non teocratico della Chiesa trasse dalla famosa frase della pagina evangelica del tributo a Cesare: “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. Da qui, le radici cristiane dell’Europa.

Il Cristianesimo è stato la più grande rivoluzione culturale che l’umanità abbia mai compiuta.

Volenti o nolenti noi siamo gli eredi di una rivoluzione: termine che non a caso usa Croce volendo significare il carattere dirompente, e costruttivo assieme della rivoluzione cristiana, che storicamente ha operato come tutte le altre rivoluzioni che, però “… non sostengono il suo confronto, apparendo rispetto a lei particolari e limitate”.

Non possono infatti paragonarsi alla rivoluzione culturale cristiana né le “rivoluzioni» antiche, come quella del pensiero in Grecia e del diritto a Roma, né le rivoluzioni moderne che “non si possono pensare senza la rivoluzione cristiana”. “Esse sono “in relazione di dipendenza da lei”. Quali che siano le credenze personali e il giudizio che si da della Chiesa Cattolica, bisogna ammettere che “La rivoluzione cristiana operò nel centro dell’anima, nella coscienza morale, e conferendo risalto all’intimo e al proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fino allora era mancata all’umanità. 

Solo nella logica del cristianesimo, basato sull’amore verso tutta l’umanità, l’uomo si eleva di continuo e diviene vero uomo avvicinandosi a Dio. Non occorre essere cristiani per comprendere il significato valoriale di questa radice cristiana, di per se già divina e l’abisso che la separa dalle logiche astratte e intellettualistiche c.d. umane. Gli errori che ha commesso la Chiesa Cattolica nel suo corso storico sono le macchie di cui deve lavarsi per riprendere il posto che le spetta e assurgere a guida morale e culturale degli europei.

Invece dunque di aver sottaciuto, nel “Preambolo” della Proposta di Costituzione europea, il doveroso riferimento al fattore cristiano dell’identità europea, tutti i capi di governo europei dovrebbero ripetere, parafrasando questa famosa frase del breve saggio del 1942 di Benedetto Croce, “non possiamo non dirci cristiani“.

Possiamo, dunque, affermare che la logica ispiratrice di questa Unione Europea, votata al mercatismo neoliberista contrasta in modo inequivocabile con la Costituzione della Repubblica Italiana e con la radice cristiana dei popoli europei. Contro il Libero Mercato dei farisei mercanti del denaro, ogni cristiano sia un crociato. Perciò Vi dico:

L´obbiettivo primo delle prossime elezioni è che, nella riscoperta delle radici dei popoli europei portate dalla rivoluzione cristiana, si possano fondare ancora le scelte che l´Europa adotterà nei prossimi anni. Ma ricordiamoci che l’Europa siamo Noi e che nessun progetto politico potrà mai concludersi senza l’attivismo, maturo e consapevole di Noi cittadini.

Mario Donnini

 

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