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"La difficoltà non sta nelle idee nuove, ma nell'emancipazione da quelle vecchie" John Maynard Keynes

Perché l’Italia è entrata nell’euro?

| Autore: : | Categoria: contributi Attivisti | Commenti: 4

La circolazione delle banconote in Euro è iniziata il 1 gennaio 2002, ma l’Italia aveva aderito al tasso di cambio “irreversibile” il 1° gennaio 1999, e tutti i prestiti e i crediti fin da allora venivano calcolati nella moneta virtuale Euro. Bisogna dire però che l’adesione all’euro è la conseguenza di scelte fatte in precedenza, cioè l’adesione al Sistema Monetario Europeo del 1979, l’Atto Unico Europeo del 1986 e il Trattato di Maastricht del 1992.

 

L’Ecu

Nel 1972, dopo la decisione di Nixon di sganciare il dollaro dalla convertibilità con l’oro, alcuni paesi europei decisero di dar vita ad un sistema di cambi semirigidi, chiamato Serpente monetario Europeo, in quanto le loro monete potevano oscillare entro determinati margini che facevano oscillare le loro monete attorno ad una parità centrale, l’Ecu, calcolata come un paniere delle loro monete. L’Italia aderì inizialmente a questa parità centrale, ma ne uscì due anni dopo. In quel periodo era particolarmente forte il conflitto sociale, e non si riteneva utile ancorare la Lira alle altre valute europee, rinunciando in tal modo alle possibilità di riequilibrio dato dalla svalutazione. Anziché soffocare il conflitto sociale con l’adesione ad una moneta forte, si preferì realizzare una politica di compromesso e di riforme simboleggiata dalla politica del Compromesso storico, che vede per la prima volta il Partito Comunista partecipare alla codecisione politica e poi anche la partecipazione alla maggioranza di governo. Questa politica, pur per certi versi criticata, vide anche la realizzazione di molte riforme, quali l’istituzione delle Regioni (prime elezioni nel ’75), la concessione del divorzio, l’aborto, la realizzazione del Servizio Sanitario nazionale, un periodo di forti conquiste sindacali e nel 1978 anche il successo della ultima diminuzione del debito pubblico senza privatizzazioni.

 

Lo SME


Il forte movimento sindacale sviluppato in Italia in quegli anni aveva portato anche all’erosione della capacità di profitto delle classi capitalistiche, e il conflitto si era manifestato, come sempre succede, con una forte inflazione. 
Per le classi dominanti nasceva perciò l’esigenza, di trovare uno strumento per “disciplinare” la forza lavoro, le cui conquiste erano ritenute responsabili dell’inflazione, e la necessità di “combattere l’inflazione” fu infatti sostenuta da chi voleva l’adesione al Sistema Monetario Europeo.
La sinistra capì bene i rischi che si celavano dietro alla scelta di adesione ad una moneta forte. Il 13 dicembre 1978 il Partito Comunista Italiano votò contro l’adesione immediata allo Sme, insieme all’estrema sinistra, mentre il partito socialista si divideva fra favorevoli, contrari ed astenuti.

L’Atto Unico Europeo


Nel 1986 l’Atto Unico Europeo stabiliva il principio della libera circolazione di “persone, merci, servizi e capitali” entro l’Unione Europea. Le novità fondamentali erano le ultime due (servizi e capitali), perché il mercato Comune per le merci già esisteva, e negli anni successivi vennero progressivamente realizzate.

 

La Deindustrializzazione

Finita la politica del compromesso storico, negli anni 80′, sotto l’egemonia di Craxi e della destra democristiana, continuava una moderata crescita, che non era più sostenuta dallo sviluppo industriale italiano, ma era permessa dall’attrazione dei capitali esteri data dalla stabilità monetaria e dagli alti tassi di interesse che l’Italia pagava sui suoi titoli di stato. In questo modo iniziò la deindustrializzazione italiana, che era vista come un qualcosa di normale perché lo stesso fenomeno, in misura varia, era presente anche negli altri paesi industriali. Si parlava di terziarizzazione, di economia dei servizi, e perfino di “terza rivoluzione industriale”, ma in realtà l’Italia cresceva indebitandosi sempre di più.

L’inflazione e la fuga di capitali


Nel frattempo però l’Italia perdeva competitività in quanto il tasso di inflazione italiano restava superiore a quello dei principali concorrenti europei, specie la Germania, ma a quel punto non era più possibile compensarla con la svalutazione della lira. I nodi giunsero al pettine nel 1990 in seguito all’adesione alla libera circolazione dei capitali, quando poterono liberamente muoversi alla ricerca di paesi più convenienti. Fino ad allora la Banca D’Italia poteva imporre restrizioni quantitative o imposte sui movimenti di capitali, per limitarne la fuga in momenti di difficoltà. Dal 1990 non fu più così, e l’Italia fu sottoposta anche alla fuga speculativa di capitali. Il governatore della Banca D’Italia, Ciampi, poi primo ministro, spese gran parte delle nostre riserve nell’inutile tentativo di sostenere il tasso di cambio, ma nell’estate 1992 dovette arrendersi e l’Italia uscì dal sistema monetario europeo svalutando di circa il 25% rispetto al marco.

 

Il Trattato di Maastricht


L’Italia avrebbe allora potuto dire “No, abbiamo visto che l’adesione alla parità fissa non ci conviene, e non aderiamo più al Sistema Monetario Europeo”, ma avendo aderito dal 1986 al principio della libera circolazione dei capitali, non sembrava possibile tornare indietro. Inoltre vincolare il nostro paese ad un tasso di cambio fisso era considerato un vincolo esterno che ci avrebbe fatto divenire più virtuosi, più competitivi, e avrebbe limitato la crescita “inflazionistica” dei salari e il conflitto sociale. I governi di allora decisero di continuare la strada dell’integrazione europea aderendo al Trattato di Maastricht.
Questo trattato dettava le condizioni per trasformare la comunità Economica europea (da allora denominata Unione Europea) in una unione monetaria, e stabiliva vincoli rigidi per i paesi che vi avrebbero aderito:

-limite al debito pubblico di ogni paese

-limite al deficit annuale di ogni Stato (3% del Pil)

-limite all’inflazione (max 1,5% oltre alla media degli altri paesi)

-2 anni di stabilità del tasso di cambio prima dell’adesione alla moneta unica

 

I sacrifici del Governo Amato


Inizialmente l’economia italiana si riprese dal crollo del tasso di cambio. Furono necessari però pesanti sacrifici:

-il governo Amato praticò una durissima restrizione fiscale (93.000 miliardi di lire di allora, la più grande stretta fiscale della storia italiana in termini reali)

-fu abolita la scala mobile, che già in precedenza era stata depurata dall’influenza dei prezzi dei beni importati

-il governo Amato attuò un prelievo forzoso pari all’1,5% dei depositi bancari.

 

La tassa del Governo Prodi


L’economia italiana si era in parte ripresa grazie all’effetto positivo della svalutazione del ’92, e grazie anche ad una speciale imposta denominata “Tassa per l’Europa”, il governo Prodi, poté nel 1999 garantire l’adesione alla parità “irreversibile”.

 

L’euro


Nel 2002 cominciò così la circolazione, anche in Italia, della nuova moneta europea. L’effetto più immediato fu l’aumento dei prezzi, e quindi una netta riduzione del valore reale di salari e stipendi, poiché chiunque poté cercò di avvantaggiarsi del cambio della moneta per aumentare i prezzi. Si disse che il governo di allora avrebbe dovuto sorvegliare maggiormente sui prezzi, e può darsi che sia così, anche se le possibilità di un governo in una economia di mercato sono limitate, ma il problema centrale era che l’Italia aveva perso ogni possibilità di riequilibrare i propri conti con l’estero e rilanciare la propria economia attraverso una svalutazione; e dal 1990 aveva perso ogni controllo sui movimenti di capitale. L’Italia aveva perciò aderito ad un sistema in cui il criterio unico per valutare la performance di un Paese era la valutazione dei mercati finanziari. Il rendimento dei capitali come variabile indipendente, cioè un sistema di dittatura della finanza.

 

Articolo di Alessandro Chiavacci

 

 

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4 Risposte all'articolo. Commenta anche tu!

  1. Pietro Attinasi

    La soluzione sta nel recupero della sovranità monetaria, come dimostra Warren Mosler nel libro
    LE SETTE INNOCENTI FRODI DELLA POLITICA ECONOMICA,Edizioni Arianna, Geraci Siculo, 2012
    http://www.edizioniarianna.it

  2. angelo casali

    non riesco a registrarmi. Come devo fare.
    Angelo Casali Un saluto https://www.facebook.com/angelo.c.casali.3

  3. Vittorio At

    Le registrazioni sono chiuse.

  4. fiorenzo

    nello scritto ci sarà di tutto, anche interessante, ma sulla cazzata della formazione dell’inflazione ci sarebbe molto da fare polemica dimostrabili con i fatti. anche perché parlare di inflazione in modo generale, denota la scarsa conoscenza su come si forma l’inflazione. un buon manuale di economia sfaterebbe la semplice parolaccia di inflazione.

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